Nei villaggi

 

 

Il 19.11.09, sono partita da Lafti in moto con Jagadheesan per andare a visitare uno dei villaggi dove vivono alcune famiglie sostenute da Lafti. È distante da Lafti, abbandonata presto la strada più trafficata abbiamo proseguito per una strada che attraversa distese di campi coltivati a riso, è uno spettacolo di luce e colori. Una gamma di verdi appare interrotta dai colori sgargianti dei modesti abiti dei contadini che lavorano nei campi o incrociati per strada.

Giunti al villaggio di Ottathetai, ho visto poche capanne lungo la strada, e un po’ di persone, adulti e bambini che ai bordi della strada trascorrono il loro tempo. I bambini giocano, qualcuno lavora, appena ci hanno visto ci sono venuti incontro.

In questo scenario di povertà, tra capanne di terra, le persone che a gesti fanno capire di avere fame, una cosa attira la mia attenzione: una parabola. Un paradosso che non si può non vedere, non è la prima volta che mi trovo a fare questa osservazione, d’altronde arrivi in luoghi desolati, abbandonati a se stessi, dove manca igiene e tante cose in grado di rendere dignitosa la vita, ma le persone che vivono quella condizione hanno la televisione.

Abbiamo incontrato solo una parte degli abitanti, perciò ho pensato che  probabilmente altre capanne saranno distribuite sul territorio, perché ci viene riferito che il villaggio è composto da  350 uomini, 420 donne, 200 bambini.

Ci siamo seduti lungo la strada insieme con Thalainayaru di anni 35 e Santhaiveli di anni 42, molte donne erano ancora al lavoro, perciò abbiamo intervistato solo loro.

L’obiettivo di questi incontri era di riscontrare il grado di sviluppo di queste donne, raggiunto con la proprietà della terra, della casa, con l’educazione. Dai colloqui è emerso che non basta avere avuto la terra, perché il loro reddito annuo non è sufficiente per pagare le sementi, per poterla lavorare e ottenere un guadagno. Il ricavato non basta al sostentamento delle loro famiglie, soffrono ugualmente la fame e non riescono a mandare a scuola i figli perché costa vestirli, comprare libri e quaderni. Hanno bisogno di una capra o una mucca, devono poter aumentare del 50% di quello che guadagnano attualmente, ossia 60 – 70 Rs, per raggiungere almeno 100/120 Rs e poter avere anche la casa in pietra.

Thalainayaru è una donna che esprime combattività e attenzione a quello che le si chiede, le si illumina il viso quando chiediamo cosa è riuscita a darle Amma, è forte la devozione verso Amma le donne di questi villaggi sono consapevoli del fatto che da sole non avrebbero potuto migliorare la loro vita, ma non riescono ad esprimere cosa è cambiato nella loro identità di donna ottenere la proprietà di quella terra.

Il 20.11.09  siamo andati al villaggio di Pappakovil, è abbastanza grande, composto da 585 uomini, 450 donne delle quali circa 340 sposate e 375 bambini.

Il nostro arrivo ha destato l’attenzione delle persone, qualcuno saluta da un tetto, altri cercano di attirare l’attenzione verso le loro capanne.

Una signora anziana con una certa agitazione, mi chiedeva di seguirla, perciò continuando a fare foto e osservando le condizioni di quelle “abitazioni” l’ho seguita. Il terreno diventava sempre più melmoso, fino ad arrivare vicino ad una grossa pozza d’acqua. Ecco cosa voleva mostrarmi!

Uno dei problemi di questa gente e della loro esistenza.

Il loro villaggio sorge lungo il fiume, perciò appena l’argine sale un pò vengono sommersi.

Non siamo entrati nelle abitazioni, ma ci siamo messi all’ombra di un depuratore di acqua, dopo aver individuato la donna da intervistare, però ha cominciato ad arrivare altra gente, ed anche qualche uomo. Mi fa pensare al fatto che vedendo arrivare gente, e la presenza di uno straniero, si creano delle aspettative ed è assolutamente comprensibile che cerchino di comunicare i loro problemi e le loro esigenze.

Ha cominciato a parlare Vijagar, una donna di 50 anni, supportata da un’ anziano, gli animi erano piuttosto accesi perché non hanno ancora avuto terra o casa, perciò hanno messo in evidenza che serve tutto, la terra, la casa, le capre, le mucche, per poter vivere, mandare a scuola i figli. Non solo, mandare i figli a scuola è costoso, a partire dagli spostamenti, il Governo dovrebbe dare loro un pass libero, ma non si capisce perché non lo ricevono. Le condizioni climatiche di questa terra incidono in modo determinante sull’esistenza degli indiani, sono bersagliata da pochi mesi di clima stabile, ossia da dicembre a marzo/aprile, gli altri mesi sono di distruzione da alluvioni e poi di siccità. Per raggiungere una esistenza dignitosa e poter lavorare con continuità dovrebbero poter spostarsi con il villaggio, ma servono 300 case circa.

Il 21.11.09, una bella giornata di sole, il tempo cominciava a cambiare, siamo partiti con la jeep per visitare altri villaggi.

Dopo un lungo tragitto attraverso agglomerati di case, campi di riso, mucche e capre che sono le vere padrone delle strade, per nulla intimorite dal frastuono dei clacson, siamo arrivati in un villaggio abbastanza grande di circa 400 persone (100 donne di cui 65 sposate), uomini 100, bambini 200): Kilnvellamani.

Kilnvellamani è un villaggio molto importante, un simbolo nella storia delle lotte di Amma e della sua motivazione a dedicarsi alle donne e ai bambini, perché partì da qui l’impegno a dare una casa di pietra con le tegole.

Abbiamo incontrato una donna di una certa età, che durante il tragico incendio  perdette 11 persone della sua famiglia, rimanendo sola con una figlia che non vive più con lei. Ha raccontato di riuscire a guadagnare circa 1000 rupie al mese che servono per lavorare e coltivare la terra e mangiare dal lavoro della terra, ma il suo guadagno è dato anche da lavori saltuari come pulire le strade.

Da Killnvellamani ci siamo spostati in un altro villaggio, il più grande stando alle informazioni raccolte sulla densità della popolazione. È il villaggio di Oradiyambylam, composto da 2000 ps – donne 500, uomini 500, bambini 1000.

Anche qui come ho potuto riscontrare a Pappakovil, gli uomini tentano sempre di prevaricare le donne, è necessario chiedere loro di mettersi da parte e specificare che desideriamo parlare con le donne.

Abbiamo fatto il giro del villaggio, fermandoci a parlare con alcune donne fuori dalle loro case, seguiti da uomini, donne e bambini, questi in particolare ci assalgono incuriositi dalla nostra presenza, smaniosi di farsi fotografare.

Abbiamo parlato con tre donne:

Malargodi di 33 anni, la quale ci racconta che prima di ottenere la terra aveva un reddito di 900 Rs al mese ora riesce ad avere 1200 Rs perché è in grado di produrre anche qualcosa da vendere e non solo quanto serve al loro sostentamento.

Gomathi ha 25 anni e due figli, Selvi di 30 anni, ha 2 figli e 1 figlia.

Tutte queste donne hanno sottolineato l’esigenza di una mucca, di incrementare i loro guadagni, hanno detto di essere fiere che i loro figli vadano a scuola e chiedendo loro cosa desiderano per il futuro dei loro figli, tutte hanno espresso il desiderio che i figli diventino dottori, ingegneri o insegnanti.

Abbiamo chiesto se desiderano che i figli restino con loro o se ne vadano, qualcuno ha detto non importa, devono fare quello che desiderano.

Erano imbarazzate a dire cosa pensano di loro, della loro attuale condizione e dei cambiamenti avvenuti nella loro condizione sociale. L’unico fattore che emerge, non certo come capacità ed emancipazione, come stimolo e orientamento a fare cose ed acquisire potere in famiglia è la devozione verso Amma, per la sua forza e le sue lotte.

Sulla strada del rientro, ci siamo fermati nel villaggio di Sadayankottakam l’ultimo villaggio, qui siamo entrati nella casa di uno dei collaboratori dello staff, la quale ci ha dato le stesse risposte delle altre donne, ma nuovamente ho dovuto intervenire per darle la parola, perché al posto suo c’era un anziano signore che interveniva sempre.